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Elena’s Books: Ti guardo da quassù!

Buongiorno lettrici!

Lo ammetto, un po’ mi emoziona creare questo tipo di post.

Mi sono affezionata così tanto ai personaggi dei miei libri che ogni volta che rileggo qualche parte della loro storia mi vengono i brividi. Dei brividi felici.

Oggi vi vorrei lasciare un estratto, non molto piccolo, del mio primo romanzo Ti guardo da quassù, disponibile su Amazon e Kobo in versione digitale ma prestissimo disponibile anche in formato cartaceo!

Che dire… vi lascio alla lettura! E spero tanto vi piaccia!

Da Ti guarda da quassù:

Dopo la terza sveglia Ginny decise di alzare gli occhi, era arrivato il giorno tanto atteso e temuto: il giorno dell’inaugurazione. La sera prima, per la paura che la sorellina minore arrivasse in ritardo, Amanda aveva impostato sul suo smartphone più di una sveglia con il volume talmente alto che avrebbe potuto allarmare un intero paese. Ginny aveva già preparato in uno zaino il suo abito elegante, le scarpe con il tacco alto e i gioielli che avrebbe indossato quella sera. Anche nella scelta del vestito c’era lo zampino della sorella maggiore che aveva preteso un abito lungo, da sera e scuro. Il risultato era un abito blu notte, lungo fino a terra e con uno spacco laterale, la casta scollatura sul decolté era bilanciata con l’ampia porzione di schiena che mostrava.
C’erano ancora parecchie cose da sistemare, quella mattina avrebbero portato al B&B il pianoforte noleggiato per l’occasione e Ginny voleva essere al locale presto e con vestiti comodi per poter dare una mano.
“Non fai colazione tesoro?”, chiese la madre che la vedeva pronta ad uscire.
“Oh mangerò qualcosa al Fairy, non ti preoccupare”, rispose la figlia.
Sua madre era fissata con il cibo, la rimproverava ogni giorno di non mangiare abbastanza e, vista la corporatura esile di Ginny, non aveva tutti i torti.
“Ok, dai un bacio ad Amanda. Noi arriveremo verso le sette questa sera.”, l’orgoglio di Celine traspariva dalla voce. Era così fiera delle sue figlie.
Il quartiere intero era in subbuglio per l’evento di quella sera e i genitori delle due sorelle non perdevano occasione per vantarsi con i vicini. Sarebbero intervenuti alcuni giornalisti locali e, se la campagna di Ian avesse sortito il giusto effetto, avrebbero potuto notare anche qualche critico come ospite.
“Ginny…”, Jake le corse in contro proprio fuori dal cancello di casa e lei si irrigidì. Era da quel giorno all’albergo che non lo vedeva, quando aveva preso un pugno in pieno viso.
“Ciao Jake, scusa ma sono di fretta.”, era realmente in ritardo, ma il motivo principale per cui voleva scappare era che non sapeva come affrontarlo. Non aveva ancora capito se provare rancore o pena nei suoi confronti.
“Gin ti prego ascoltami, voglio solo scusarmi. Sono stato un cretino e ti assicuro che non succederà più.”, sembrava una supplica e a Ginny si alleggerì il groppo che sentiva in gola. Erano amici fin da piccoli e per quanto lei fosse poco incline al rapporto con le altre persone, non voleva smettere di essergli vicina.
“Scuse accettate, come sta la tua bocca?”, gli sorrise timida.
“Oh molto meglio. Ginny sono così contento di non vederti arrabbiata! Non avrei sopportato che non mi avessi più rivolto la parola.”, si avvicinò per abbracciarla ma poi si bloccò.
“Non voglio prendere un altro pugno, quel tizio ha un bel gancio.”, ammise lui.
Ginny avrebbe volentieri aggiunto che di bello non aveva solo il gancio destro. Non aveva ancora ammesso, nemmeno con sé stessa, di essere attratta da Ian.
L’espressione ancora affranta di Jake faceva sentire Ginny a disagio che decise di allentare un po’ la sua tensione: “Hai voglia di accompagnarmi al locale? Magari ci sarà bisogno anche del tuo aiuto.”
“Oh certo! Oggi il negozio è chiuso e sarei felice di darvi una mano.”, il sorriso da bambino di Jakson era tornato ad illuminargli il volto.
Camminarono in silenzio per qualche isolato, ma il dubbio attanagliava Jake e non riuscì a trattenersi: “C’è qualcosa tra te e quel pezzo grosso?”
“Certo che no!”, la risposta immediata e stizzita di lei lo mise sull’attenti.
“Mi sembrava piuttosto… geloso.”, continuò lui, deciso a scavare a fondo.
“Jake non c’è nulla tra noi, non so quali siano i suoi problemi. Probabilmente non riesce a tenere a freno la sua indole da macio.”, iniziava ad arrabbiarsi.
Non c’era niente tra lei e Ian e non sarebbe mai nato nulla per quello che ne sapeva, non aveva tempo né voglia per le storie d’amore, ma anche se fosse potuto accadere qualcosa tra loro Jake non era di certo coinvolto. Non avrebbe dovuto intromettersi.
“Ok ho capito. Non sono affari miei.”, ammise arrendevole il giovane amico.
“Non è il mio tipo, se può interessarti.”
Arrivarono al B&B e sentirono le urla di Amanda fin da vialetto d’ingresso, l’agitazione di quel giorno la rendeva ancora più insopportabile.
“Amanda calmati, cosa c’è di tanto terribile da farti urlare?”, Ginny rideva sotto i baffi, trovava adorabile il modo in cui la sorella si preoccupasse che fosse tutto perfetto.
“Innanzitutto tu dovevi essere qui quindici minuti fa, secondo non sono ancora arrivati con il pianoforte e tra poco la cantante sarà qui per le prove! Possibile che nessuno riesca a rispettare gli orari prestabiliti!”, l’esasperazione la rendeva quasi comica.
“Ok ora calmati, chiamo io la ditta di strumenti musicali. Ho come l’impressione che se li chiami tu, non arriveranno più per paura di essere linciati.”, ora Ginny rideva spudoratamente.
“Non ti prendere gioco di me ragazzina! Chiama e poi fammi sapere cosa rispondono!”, Amanda se ne andò in fretta per urlare contro qualche altro malcapitato.
“E lui che ci fa qui?”, Ian aveva fatto il suo ingresso nella hall in tutto il suo splendore.
Indossava dei semplici pantaloni della tuta blu scuro e una t-shirt grigio chiaro, i suoi occhi risaltavano come perle con quell’abbigliamento. I suoi bicipiti scolpiti risaltavano sotto le maniche della maglia e la sua schiena forte sembrava farsi notare prepotente.
“Che problemi hai amico? Sono qui per aiutare proprio come te!”, la fiamma battagliera di Jake era tornata a farsi sentire.
“Io lavoro qui, tu non sei il benvenuto!”, Ian sembrava gonfiare i muscoli. Ginny non poteva che rimanere ad ammirare il suo fisico scolpito. Le si era seccata la bocca.
“Ok ragazzi basta! Jake ci darà una mano, che visto l’andamento dei preparativi, non può che esserci d’aiuto.”, Ginny intervenne in favore dell’amico, più per contraddire Ian che per difendere Jake. Fare arrabbiare quel pallone gonfiato sembrava il suo passatempo preferito in quei giorni.
“Basta che tenga a freno le mani!”, sussurrò Ian. Peccato che Jake avesse delle buone orecchie.
Jakson si avvicinò pericolosamente a Ian, era qualche centimetro più basso del manager e non gli dava di certo un’aria di vantaggio.
“Non sei la sua guardia del corpo e di certo non la devi difendere da me! Non la conosci nemmeno!”, aveva ragione. Che pretese poteva avere su di lei un perfetto sconosciuto?
“Ragazzi mi servirebbe una mano qui sopra, potete venire?”, John si sporse dalle scalinate e interrupe quel momento imbarazzante che sembrava una gara di testosteroni.
“Vengo io.”, Jake decise di non continuare a sua battaglia e salì le scale senza staccare gli occhi da Ian. Lo sguardo truce che rivolse a Ginny le fece capire che non era finita.
“Chi ti credi di essere? Smettila di correre in mio soccorso! Non mi serve il tuo aiuto!”, Ginny era rabbiosa e il fatto che lui la sfidasse con lo sguardo non faceva altro che incrementare il suo nervosismo.
Lui se ne andò senza dire una parola, il suo passo pesante rimbombava nel locale e il suo atteggiamento faceva venire a Ginevra i fumi alle orecchie.
Mancavano solo pochi minuti all’inizio della festa e Ian si stava sistemando il completo grigi scuro che aveva scelto per l’occasione. Amanda aveva messo il servizi dello staff a disposizione di tutti coloro che l’avevano aiutata per prepararsi all’evento. Si guardò allo specchio che ricopriva tutta la porta del bagno e sorrise soddisfatto al suo riflesso. Tutti i soldi guadagnati con il suo duro lavoro erano spesi bene se il risultato era quello che vedeva. Il vestito gli cadeva a pennello ed evidenziava le spalle larghe al punto giusto. Il colore chiaro rendeva la sua carnagione leggermente abbronzata un bel connubio con i suoi
occhi chiari. Una luce vanitosa passò attraverso i suoi occhi e inconsciamente si chiese cosa avrebbe pensato Ginny del suo aspetto curato. Negli ultimi giorni si scopriva spesso a pensare a lei e si era reso conto del suo battito accelerato quando accadeva.
“Signor Solder, siamo pronti.”, una cameriera poco più che diciottenne aprì la porta per invitarlo ad unirsi al resto del personale. Lo sguardo ammaliato che aveva lei faceva intuire a Ian che anche lei era soddisfatta del suo aspetto. Le sorrise benevolo, sperando che lei non fraintendesse.
“Grazie, sono pronto. Sono già arrivati degli ospiti?”
“Sono fuori che aspettano di entrare, non ci aspettavamo così tante persone. Speriamo bastino gli antipasti!”, il risolino accentuato di Sara era evidentemente segno della sua agitazione.
“Andiamo allora!”, disse Ian entusiasta. Il suo lavoro di promozione stava dando i primi risultati e ne andava fiero. Aveva invitato anche alcuni critici culinari e sperava davvero partecipassero. Una buona recensione in un giornale di settore sarebbe stato un grosso incentivo alle presenze del B&B.
Seguì Sara verso la sala da pranzo e qualcuno lo investì, scontrandosi con lui. Una ragazza con un abito che la fasciava alla perfezione finì contro il suo petto e non appena Ian alzò lo sguardo rimase paralizzato. Quella ragazza era Ginny in tutta la sua bellezza. I capelli ondulati le ricadevano ai lati del viso fino ai fianchi, la frangia era raccolta da un lato con un fermaglio luccicante e il trucco appena accennato la rendevano raffinata ed elegante. Non poté che guardarla ammaliata e notare come quel vestito risaltasse i punti giusti.
Era più alta del solito e intuì che portasse le scarpe col tacco, era di una bellezza disarmante.
“Ehi, guarda dove vai.”, lei aveva assunto il suo atteggiamento scontroso e burbero ma le guance arrossate indicavano un certo imbarazzo.
“A dire la verità sei stata tu a venirmi addosso…”, puntualizzò Ian che vista l’espressione stizzita di lei si affrettò ad aggiungere: “…ma non abbiamo tempo per restare qui a discutere. Forza andiamo.”, le mise una mano sulla schiena per invitarla a proseguire e si rese conto di toccare la sua pelle, non il vestito. Puntò lo sguardo sulla generosa scollatura che mostrava la sua schiena delicata e morbida. Il suo corpo iniziò ad agitarsi.
“Sei bellissima stasera.”, le sussurrò Ian all’orecchio, consapevole dell’effetto che il suo vestito aveva sulle sua parti basse.
“Grazie.”, sussurrò lei, senza voltarsi. Ginny sapeva che se si fosse girata a guardarlo le sue gambe avrebbero sicuramente ceduto.
La serata procedeva nel migliore dei modi, la cantante ammaliava gli invitati con la sua voce delicate e il pianista aveva preso le redini dell’intrattenimento. Il cibo era ottimo, anche se Ginny non poteva affermarlo con certezza visto che non era ancora riuscita a mettere le mani su un solo grissino. Aveva passato tutta la serata a salutare prima questo e poi quello, nella speranza di non aver saltato nessuno. Molti le fecero i complimenti per le sue scelte sull’arredamento e lei non poteva che esserne compiaciuta. Doveva ammettere che le era piaciuto lavorare ad un progetto tutto suo. Nonostante gli intoppi, pensò lei guardando nella direzione di Ian.
Sembrava perfettamente a suo agio in mezzo a giornalisti e ospiti sconosciuti. Era portato per stare in mezzo alla gente, il suo sorriso cordiale e gentile ammaliava tutti, maschi o femmine che fossero.
“Sembra andare tutto alla grande, no?”, Amanda cercava conferme della buona riuscita della serata, come se le lodi di tutti coloro che l’avevano fermata non bastassero.
“Sorellona non ti preoccupare, è tutto perfetto!”, Ginny le posò una mano sul braccio come per rassicurarla.
Osservando la quantità di persone venute per assistere all’apertura del FairyClub, Ginny non poteva che sentirsi su di giri. Sembrava che tutto il quartiere fosse lì per incoraggiare Amanda e il suo coraggio.
Due figure catturarono la sua attenzione, due signori distinti e ben vestiti. Le sembrava di conoscerli ma di spalle non riusciva a farsi venire in mente chi potessero essere.
La donna bionda, sulla cinquantina, si voltò per porgere il cappotto al cameriere e Ginny finalmente la riconobbe. I capelli biondo rame dovevano già essere abbastanza per capire chi fosse, ma gli occhi blu le diedero la conferma. Erano gli stessi occhi che aveva la figlia, gli stessi occhi che aveva Caroline.
Un groppo le si formò in gola e le sembrava che tutto l’ossigeno della stanza si fosse esaurito. Sentiva che il suo viso aveva perso colore e strinse le mani a pungo, fino a conficcare le unghie sul palmo sudato.
Corse nel retro e uscì dalla porta di emergenza, aveva bisogno di respirare me nemmeno tutta l’aria del mondo le sarebbe servita per riprendere possesso del suo corpo.
Sentiva la testa girare e il pavimento cederle sotto i piedi e la spiegazione era una sola: attacco di panico. Erano mesi che non ne aveva, pensava di averli chiusi in un cassetto assieme ai ricordi.
Non vedeva i genitori di Carol da giorno del funerale, non era nemmeno andata a salutarli quel giorno, non ne aveva trovato la forza.
Sentì la porta aprirsi e vide una figura sbiadita correrle in contro, la sua vista annebbiata non le permetteva di capire chi fosse.
“Ginevra… oh Cristo!”, erano le uniche parole che era riuscita ad udire prima che due braccia forti l’afferrassero e la prendessero di peso. Aveva sentito solo quello e poi era caduta nel burrone delle emozioni fino a perdere i sensi. Il suo corpo si rifiutava di provare di nuovo tutto quel dolore.

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Una Rosa Per Amica

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