Un castello nel vento #1

Londra, 2019

Ancora non riusciva a capire cosa ci faceva lì, seduta su quella sedia, ad ascoltare quella noiosa lezione che con il suo indirizzo di studi non c’entrava proprio nulla.

Lei che era abituata a mettere in ordine i numeri che giravano nella propria testa, ora si ritrovava a dover ascoltare parole sconclusionate da un professore che con i numeri non aveva nulla a che spartire.

Perché quell’esame fosse obbligatorio proprio non lo capiva. Storia della magia? Joanna voleva studiare finanza, economia, qualsiasi cosa che potesse essere solida, razionale.

Il professor Salmer non faceva altro che blaterare su antiche congregazioni, credenze mistiche e strane sparizioni avvenute attorno al 1800.

Coprì per bene le cuffie dello smartphone con i lunghi capelli ricci e iniziò ad ascoltare il video della lezione di economia persa proprio quel pomeriggio.

Le dita volavano veloci sul foglio mentre riassumeva sul suo logoro blocco per gli appunti ciò le sue orecchie sentivano.

Era sempre stata molto brava a scuola, il fatto che dopo la prima laurea si fosse data da fare per iniziare subito la seconda era solo la prova di quanto amasse apprendere ed imparare.

All’età di 25 anni Joanna era certamente una ragazza che il resto del mondo avrebbe definito “asociale”. Aveva pochi amici, o meglio uno solo. Non partecipava a nessun gruppo scolastico, la mettevano a disagio. I suoi venerdì sera consistevano in pizza d’asporto e coca cola mentre rivedeva sul pc le videolezioni che non era riuscita a seguire durante la settimana.

Il mondo così come lo conosceva lei non era fatto di persone, di relazioni e di cose effimere come i sentimenti. Era tutto un processo matematico dettato dalla necessità di esistere più che dalla gioia di vivere.

Immersa nell’equazione che cercava da giorni di risolvere quasi non si accorse che Sal le toccò il braccio. L’unico amico che avesse mai avuto nella vita era esattamente l’opposto di lei. Lui quel corso lo seguiva davvero, con passione.

Lo guardò decisa a fulminarlo con lo sguardo, quando si accorse che era arrossito violentemente.

Joanna si guardò attorno e vide che la stavano tutti fissando. Imbarazzata, fu costretta a togliersi la cuffietta e rivelare quindi a tutti che non aveva ascoltato una parola di quella lezione.

«Benvenuta nel mondo dei comuni mortali, posso chiederle cosa stava ascoltando di così interessante da non prestare attenzione a ciò che le succedeva attorno?», un coro di risatine accompagnò la voce del professor Salmer.

«Io…», cercò una giustificazione che non arrivava. Essere al centro dell’attenzione la faceva sentire insicura e la sua mente solitamente brillante si era spenta come fuoco sotto la neve.

«Ad ogni modo non ha importanza, capisco che questa materia possa essere considerata… secondaria al privilegiato studio delle scienze economiche.», la schernì il professore.

Come diavolo sapeva quello che stava ascoltando? Aveva forse dimenticato di attivare le cuffie?

«Signorina Devinson, la prego di fermarsi nel mio ufficio al termine della lezione. Ora torni pure ad occupare il suo tempo, e il mio, come meglio crede.»

Il professor Salmer tornò alla lavagna senza degnarla di uno sguardo mentre Joanna ancora si chiedeva come potesse sapere il suo cognome dopo nemmeno un’ora di lezione. Non aveva ancora consegnato il modulo di richiesta di ammissione a quel corso!

Combattuta tra il pensiero di tornare a chiudersi nel suo mondo di numeri o scappare direttamente a gambe levate, decise di farsi piccola piccola e provare ad ascoltare cosa ci fosse di interessante, se mai ci fosse stato qualcosa di tale, in quella che sarebbe diventata la giornata più strana della sua vita.

E quel che Joanna non sapeva ancora era che quel giorno non solo sarebbe stato strano e imbarazzante, ma avrebbe cambiato lei stessa e la sua vita per sempre.

Sedici minuti e quarantasette secondi più tardi il professore dichiarò terminata la lezione e, per quanto Joanna avesse voluto tornare nella sua camera e dimenticare la vergogna, si trascinò nell’ufficio del professore cercando di stamparsi in viso il sorriso di scuse più convincente mai visto.

Arrabbiata con se stessa per essersi resa ridicola e ancor più irritata per quel sistema scolastico che la obbligava a superare quello stupido esame per potersi laureare, attese altri otto minuti e ventisette secondi prima di poter fare le più sincere – si fa per dire – scuse al dottor Salmer.

«Ma che piacere rivederla Joanna! Le rubo soltanto qualche minuto.», disse l’uomo sedendosi di fronte a lei.

Sorrideva come a prenderla in giro, quasi avesse udito una barzelletta che Joanna non aveva udito.

Ora che lo vedeva da più vicino Joanna capì che Martin Salmer non doveva avere più di trentacinque anni. Un accenno di capelli grigi sulle tempie, la barba incolta e gli occhiali decisamente fuori moda lo facevano sembrare più vecchio, ma gli occhi vivaci e il sorriso gentile rivelavano la sua giovane età e il suo spirito attivo. Istintivamente si chiese come potesse essere così giovane e ricoprire quel ruolo da alcuni anni ormai. Aveva sentito diverse alunne confabulare tra loro dicendo che da anni il professore si era guadagnato il titolo di “più affascinante della scuola”.

«Signorina Joanna, tutto bene?», di nuovo, l’aveva beccata con la testa in un altro mondo.

«Mi scusi, davvero, oggi devo essere particolarmente stanca.», balbettò qualche scusa confusa, irritata perché si era preso la confidenza di rivolgersi a lei con il nome di battesimo.

«Non ti preoccupare, capisco. È una giornata tosta per te. Ora basta giocare, come stai?»

Quando erano passati a darsi del tu? E a quale gioco si riferiva?

«N-non credo di riuscire a seguirla professore.», balbettò confusa.

L’uomo alzò un sopracciglio guardandola stranito, forse l’aveva scambiata per qualcun’altra?

«Hai dimenticato che giorno è oggi? Non credevo potessi dimenticare anche il tuo stesso compleanno», le parlava come fosse una dodicenne a cui si spiegano le regole di un gioco. Era… divertito.

«Cosa…»

Istintivamente Joanna si alzò dalla sedia, allarmata. Se il fatto che conoscesse il suo nome l’aveva insospettita, figuriamoci la conoscenza della data del suo compleanno.

Nella mente pragmatica della ragazza si stavano già creando delle materie alternative per ottenere i crediti che le servivano per la laurea, materie che non prevedessero quello strambo professorino inquietante.

Il professor Salmer la scrutò in volto per diversi secondi, tanto che Joanna aveva appena deciso di andarsene quando l’uomo le afferrò il braccio per trattenerla.

«Tu davvero non mi riconosci?»

L’aria si era fatta decisamente più tesa in quella stanza, se qualcuno si fosse messo tra loro in quel momento probabilmente si sarebbe scottato, una piccola goccia di sudore imperlava la tempia della ragazza.

Fuggi, le diceva l’istinto. Ma non riusciva a capire perché avrebbe dovuto temere un suo insegnante, con il corridoio pieno di studenti che avrebbero potuto dare l’allarme, in pieno giorno.

«Mi lasci, professore. Credo mi abbia confusa con qualche altra alunna. Mi dispiace averle fatto perdere altro tempo, le comunico che non prenderò più parte alle sue lezioni.»

Avrebbe preferito iscriversi al master in yoga piuttosto di continuare quella scenetta a dir poco imbarazzante.

«Jo, sono io Tin.», le prese la mano con fare gentile, come se quella mano gli fosse perfettamente familiare.

Joanna si ritrasse e corse verso la porta che con uno schiocco sordo sbattè violentemente chiudendola dentro.

«Cosa ti è successo per ridurti così? Sei invecchiata.», il professore le si avvicinò accarezzandole la tempia, proprio dove pochi secondi prima una goccia traditrice l’aveva avvertita del pericolo.

«Cosa vuole da me?», chiese la ragazza disperata. «Le posso dare tutti i soldi che ho nella borsa e ho anche un anello d’oro al dito.»

L’uomo si ritrasse ferito da quelle parole, gli occhi lucidi e il respiro affannato lo facevano sembrare sinceramente scosso dalle parole della ragazza.

Con un cenno della sua mano la porta si riaprì e si accasciò sulla cattedra con una mano davanti alla bocca. Sembrava sotto choc.

Joanna era combattuta se scappare o prestargli soccorso. Si stava sentendo male? Cosa diavolo stava succedendo?

«Per 206 anni abbiamo passato questo giorno assieme…», sussurrò tra le mani con lo sguardo vitreo verso di lei.

Ed eccolo lì, il momento in cui tutto cambiò.

Un battito di ciglia che la riportò nel pieno di un ricordo sconnesso, come un televisore troppo vecchio che manda sprazzi di un film mal registrato.

Corse a gambe levate fuori dall’ufficio, fuori dal corridoio, annaspando l’aria come fosse sott’acqua.

Sentiva addosso delle vesti pesanti che sapeva di non avere, vedeva i suoi jeans sdruciti ma sulle gambe sentiva una lunga gonna ruvida e sul capo sentiva un cappello che sapeva di non aver mai posseduto.

Una foglia solitaria le cadde ai piedi trasportata da un vento caldo e opprimente.

Per 206 anni abbiamo passato questo giorno assieme.

Sei invecchiata.

Rimescolava quelle parole nella mente mentre accarezzava la gonna immaginaria e sentiva il profumo di sapone vecchio, un odore che non credeva di conoscere.

E all’improvviso, capì.

«Non 206, ma 207 anni.»

Era il 1812 e faceva caldo, proprio come in quel momento.

Era il 1812 quando vide per la prima volta quegli occhi gentili.

Tin…