Un castello nel vento #2

Una notte tremenda.

Joanna era lì, occhi fissi verso il soffitto buio, mentre cercava di dare una spiegazione agli incubi sconclusionati che l’avevano fatta agitare durante la notte passata.

Aveva sognato cose assurde, contornate da personaggi ancora più improbabili.

Per un momento il sogno le era parso così reale da sembrare quasi un ricordo.

L’unica spiegazione razionale che la sua mente riusciva a concepire era anche l’ammissione di una debolezza che non sapeva di avere.

Probabilmente la lezione di storia della magia l’aveva scossa a tal punto da farle ripercorrere nel sonno quello che il professor Salmer aveva raccontato ai suoi studenti.

Eppure non era mai stata così facilmente impressionabile.

Quella sensazione di indossare delle vesti pesanti, quel profumo muschiato che non sembrava del suo tempo, ed era tutto così intenso così… reale.

Si alzò ancora confusa, decisa a rendersi presentabile quel tanto che le bastava per correre al bar all’angolo per prendere una bella tazza di thè bollente. Era esattamente ciò che le serviva per riprendere lucidità.

L’aria calda di quella strana giornata di Maggio non l’aiutava, Joanna odiava il caldo.

Amava abitare a Londra proprio perché lì le estati duravano poco e non erano afose come in tanti altri luoghi.

Non ricordava molto delle vacanze estive passate con i genitori, o forse è meglio dire che non le ricordava affatto.

Era come se i ricordi si nascondessero dietro un drappo scuro, abbastanza pesante da non lasciare trasparire troppo, ma non sufficientemente opaco da nascondere tutto.

Il thè caldo le scivolava nella gola mentre con la tracolla sottobraccio si recava alla lezione di statistica.

«Buongiorno signorina Devinson».

«Buongiorno.», rispose Joanna d’istinto.

Si voltò per scoprire da chi provenisse quel saluto ma si ritrovò sola vicino alla fontana dell’ingresso.

Ho bisogno di una bella dormita, si disse scuotendo la testa.

Camminava a passo spedito, consapevole di essere quasi in ritardo, non aveva la minima intenzione di rendersi ridicola davanti a tutta la classe anche quel giorno.

«Signorina Devinson.», ancora quella voce.

Joanna alzò lo sguardo e vide una ragazza che doveva avere circa la sua età, con una fascia marrone che le teneva lontani i capelli dal viso.

«Ci conosciamo?», chiese diffidente.

«Forse.», disse inclinando la testa con fare curioso. «Sono l’assistente del professor Salmer.», le offrì la mano.

Joanna la scrutò ma non la strinse. Era consapevole di risultare maleducata ma qualcosa in quella ragazza le fece fare un passo indietro.

«Il professore mi ha chiesto di venirla a chiamare, avrebbe un paio di cose da dirle riguardo la lezione di ieri.»

«A me? Non credo di avere nemmeno formalizzato l’iscrizione al suo corso. Anzi, credo di aver già comunicato che non vi prenderò parte.».

Joanna aveva un vago ricordo della discussione avuta il giorno precedente con il professore nel suo studio, solo che non riusciva a comprendere cosa fosse vero e cosa invece fosse il frutto dei suoi sogni strampalati.

La porta si era davvero chiusa da sola?

«È proprio di questo che le vorrebbe parlare.», continuò la ragazza sorridendo affabile. «Sarebbe così gentile da seguirmi?»

Tentennante, ma allo stesso tempo curiosa, Joanna seguì quella strana ragazza lungo il corridoio.

Come sempre, la sua mente la stava già analizzando.

Stile vintage, gonna lunga floreale con camicetta color crema. Occhiali tondi e spessi, capelli acconciati con fare distratto. Pallida come un fantasma e occhi azzurri così intensi da non sembrare reali.

Sicuramente era perfetta per la materia che rappresentava, una così sembrava uscita da un libro di fiabe per bambini.

Troppo impegnata a studiare la figura che aveva di fronte non si era resa conto di averla seguita fuori all’aperto, proprio di fronte alla fontana di poco prima.

«Che ci facciamo qui?»

«Joanna davvero non mi riconosci?», le sussurrò la ragazza prendendole una mano tra le sue.

Con un sospiro, Joanna si chiese se non fosse capitata in uno di quei programmi televisivi di scherzi organizzati.

«Credo di avere una sosia in questa parte del mondo, sei già la seconda persona che mi scambia per qualcun’altra.», rise nervosa.

«Allora Tin aveva ragione.»

Tin…

Quel nome le ricordava il sogno della notte precedente, e in quel momento si chiese se l’avesse sognato davvero.

«Oh beh. A mali estremi…»

Un lampo illuminò il cielo già perfettamente sereno, un tuono la fece trasalire e una pioggia pesante iniziò a bagnarle i vestiti.

«Una volta riuscivi a farlo anche tu.», le disse la ragazza prendendola di nuovo per mano.

«Ma che diavolo…?», Joanna d’istinto si chiese se non stesse ancora sognando.

Forse non si era ancora svegliata, forse si era solo immaginata di bere quel thè caldo.

«Solitamente me lo dicevi tu ma… tieniti forte bambina.»

E in quel momento, mentre un nuovo tuono scuoteva il cielo, Joanna si ritrovò improvvisamente sollevata da terra da una forza invisibile, una forza che non comprendeva ma che non le causava timore.

Era come se conoscesse quella forza e la stesse semplicemente facendo entrare di nuovo nella sua mente.

«Com’è possibile tutto questo?»

«Cara Jo, forse sei stata assente per troppo tempo dal mondo che conoscevi. Ma sono felice sai? Ora possiamo invertire i ruoli!», disse la ragazza ancora ridendo. «Ah e mi chiamo Cilly, nel caso non ricordassi nemmeno quello.»

Joanna si guardò attorno, i tetti di Londra diventavano sempre più piccoli, i capelli svolazzavano dietro di lei come rami di un albero impazziti.

«Voglio svegliarmi.», disse all’improvviso, convincendosi che presto sarebbe finito tutto, forse al suono della sveglia.

«Io fossi in te invece terrei gli occhi ben aperti, avrai molto da imparare… di nuovo.»

La stava davvero prendendo in giro?

«Iniziamo dal principio. Sei nata con il nome Joanna Lemington, a Bath nel 1794. Ti piacciono le rose gialle, i cani dal pelo lungo e le cavalcate nei boschi.

Odi la carne di cervo, non sopporti le gonne e i tuoi capelli hanno delle sfumature ramate che da quando hanno inventato le tinta ti ostini a coprire.»

Un tonfo sordo le fece capire che non erano più a cavallo del vento, ma con i piedi ben piantati per terra.

Con le gambe tremanti e il fiato ancora mozzato per lo stupore e l’incredulità Joanna si sedette per terra a gambe incrociate.

E poi rise.

Una risata sguaiata di quelle da far venire il mal di pancia.

Non sapeva nemmeno il motivo di quell’ilarità inaspettata. Rideva perché il suo corpo era troppo scosso per qualsiasi altra reazione.

«Mi fa piacere che tu l’abbia presa bene.», disse una voce familiare.

«Tin, io credo sia più grave di quello che mi avevi annunciato. Nemmeno con il vento ha ripreso il senno. Possibile che la sua memoria sia così terribilmente danneggiata?»

«Credo che abbia solo bisogno di tempo, non sarà stato facile per lei scordare 200 anni della sua vita. Non possiamo pretendere che rielabori tutto in pochi secondi.», il professor Salmer guardava Joanna con occhi teneri e sinceramente preoccupati.

«Ma non abbiamo molto tempo.», disse preoccupata Cilly prendendo di nuovo la mano di Joanna.

Perché diavolo continuava a toccarla?

Joanna si scostò esasperata e prese a camminare senza conoscere la direzione.

«E ora dove va?», Martin la seguì con fare protettivo.

«Lasciala andare, forse è l’unico modo per far sì che si svegli. Come si dice? Quando l’acqua arriva ai piedi impari a nuotare?», Cilly non smetteva di sogghignare.

«Quando l’acqua tocca il collo Cilly…», rispose l’uomo alzando gli occhi al cielo.

Joanna sentiva in lontananza le loro voci, avrebbe ritrovato la strada per il college in un modo o nell’altro. Anche se quella distesa di verde sembrava non finire mai.

«Joanna fermati!», sentì le urla dietro di lei, ma troppo tardi.

Il piede non trovò appoggio e si ritrovò all’improvviso a precipitare nel vuoto.

Un urlo solitario le uscì dalla bocca mentre il fiato le si mozzò in gola.

Sto per morire, pensò.

Non voglio morire, disse a se stessa.

All’improvviso, come avesse sempre saputo cosa fare Joanna alzò le mani al cielo e richiamò a lei quella forza che poco prima l’aveva stupita e impressionata.

Una folata di vento le fece riprendere l’equilibrio e si ritrovò in pochi secondi seduta sull’erba umida, proprio dove aveva iniziato a precipitare.

«Non vorrei dire te l’avevo detto, ma te l’avevo detto!», disse Cilly battendo le mani entusiasta.

«Credo mi si sia fermato il cuore per un attimo.», Martin stringeva ancora la mano al petto.

«Ora che ti ricordi come si fa, possiamo andare?», quella stramba ragazza le stava dando ai nervi.

«Dalle il tempo di elaborare il tutto per l’amor del cielo! Cilly non ricordi più com’eri spaventata quando hai scoperto di cosa eri capace?»

«Ma lei lo ha già scoperto! E se non ci sbrighiamo probabilmente finiremo tutti come lei!»

Ora basta…

«Smettetela!», gridò esasperata.

Un rombo di tuono accompagnò le sue parole.

«Parlate di me come non fossi nemmeno qui! E forse non ci sono davvero, forse ho sbattuto la testa e sono finita in coma.»

Urlava al vento, la gola le doleva per lo sforzo.

«Qualcuno mi spiega cosa diavolo sta succedendo?», tuoni lontani scandivano il ritmo delle sue parole.

Cilly la guardò con un sopracciglio alzato, soddisfatta.

«Hai visto?», disse la giovane all’uomo sempre più sconcertato. «Ha sepolto i suoi poteri per troppo tempo, ora sono loro che comandano lei! Siamo inesorabilmente fottuti…»

Joanna si concentrò sulle piccole cose, il rumore del vento, l’erba bagnata sotto le mani.

Non aveva mai conosciuto nessuno che sapesse mettere nella stessa frase parole come inesorabilmente e fottuti.

Il professor Salmer si avvicinò piano a Joanna e si sedette accanto.

C’era qualcosa di strano nella sua vicinanza, Joanna lo percepiva con un tremito nel petto.

Sentiva anche le guance arrossire.

«So che tutto questo ti sembra incredibile. Ma è ciò che sei tu, ciò che sei sempre stata… straordinaria.»

Tum tum. Il cuore che accelerava il battito.

«Ti prego, ti imploro, fidati di me.», le accarezzò la guancia con l’indice ruvido e calloso.

Joanna si chiese come poteva un professore avere le mani tipiche di un lavoratore manuale.

E l’istinto la guidò ancora, lei che era abituata a ponderare tutto con la mente prima di decidere.

Cosa le stava succedendo?

«Mi fido.», disse senza quasi accorgersene.

«Perfetto! Andiamo!», Cilly prese entrambi per mano e ripresero a fluttuare senza peso nell’aria.

«Dove stiamo andando?», disse in un singhiozzo.

«A casa.»

Martin le accarezzava la mano con il pollice, senza mai lasciarla.

«Sai Jo, si dice che se sai usare al meglio il potere del vento puoi sollevare una casa in aria», Cilly ora le sorrideva amichevole, senza il ghigno irriverente di poco prima.

«E qualcuno ci è mai riuscito?», ora la curiosità di Joanna stava venendo a galla.

«Oh sì… tu.», le disse la ragazza. «E non una casa, un castello. Un castello nel vento»

— Copyright © 2020 Elena Sinigaglia. Tutti i diritti sono riservati. Ogni riproduzione dell’opera, anche parziale, è vietata. —

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