Un castello nel vento #4

Una volta, ad un corso di meditazione, le avevano insegnato come rilassarsi per riposare meglio la notte.

Il tutto consisteva nel rilassare un pezzo del corpo alla volta, partendo dai piedi. Le gambe dovevano risultare leggere come piume, poi il bacino, poi gli addominali, a seguire le mani, le braccia e il collo. Infine, si doveva sgombrare la mente, completamente, pensare ad un foglio bianco e concentrarsi sul vuoto.

Joanna provava ogni sera a rendere quella procedura più efficace, ma con scarsi risultati. Da quando il suo mondo si era ribaltato completamente le sembrava di avere la testa troppo piccola per contenere tutti quei pensieri, o dei pensieri troppi grandi per la sua testa, dipendeva da che punto si guardava la questione.

Dopo il breve racconto di Martin non era riuscita a sentire altro, ogni volta che riprendeva conoscenza dopo uno svenimento il solo accennare ai suoi ricordi dietro lo spesso sipario della sua memoria la faceva tornare nell’oblio.

Nonostante la riluttanza di Cilly, Martin aveva deciso di lasciarle qualche giorno di tregua per elaborare il tutto, anche se sapevano entrambi che qualche giorno non sarebbe bastato.

Rivivere in pochi secondi una vita fatta di più di cent’anni di avventure, paure, sentimenti e misteri era come buttarsi sotto un’onda monumentale e sperare di uscirne viva.

Qualche mattina ancora si svegliava credendo che fosse tutto un sogno, salvo riaversi dopo pochi minuti e sentire di nuovo quel peso che le opprimeva il petto.

Ciò che più la innervosiva era l’idea che si era fatta di se stessa grazie a quei racconti. Non riusciva a riconoscersi in quel ricordo. Coraggiosa, impavida, ma allo stesso tempo così vigliaccata da scappare da tutto e tutti, persino dalla sua stessa esistenza.

Non riusciva a pensare a Cilly senza provare vergogna, per quello che era stato e per quello che sarebbe divenuto in futuro. Perché Joanna dentro di sè era convinta che non sarebbe mai tornata ad essere l’amica che Cilly desiderava. I ricordi potevano tornare ma i sentimenti? Quelli potevano essere ricostruiti?

Eppure quel battito accelerato quando Martin le prendeva la mano… quello lo ricordava e lo provava ancora.

Viveva costantemente con un mal di testa martellante che non le dava tregua. In certi momenti avrebbe tanto voluto dimenticare di nuovo tutto, pregare Martin e Cilly di non seguirla, cambiare università, stato, pianeta.

Eppure qualcosa la frenava, come se dentro di lei vivesse un’altra anima che la spronava a tornare sui suoi passi.

Era così persa nei suoi pensieri che per tutta la settimana precedente aveva saltato completamente le lezioni e anche quel giorno avrebbe fatto lo stesso.

Si vestì con i primi abiti puliti che trovò nell’armadio, prese il cappotto, la sua borsa vintage e uscì all’aria aperta.

Invidiava gli studenti spensierati che chiacchieravano della festa della sera precedente o del prossimo esame. Era così ebbra di gelosia per qualcosa che lei non avrebbe più potuto avere che quasi li odiava.

Persa.

Si sentiva completamente persa.

Non posso continuare così, si disse all’improvviso.

Sto morendo dentro e mi sto arrendendo di nuovo.

Prese la stradina secondaria che portava sul retro della piazza, un posto nascosto e dove nessuno andava mai per paura di incontrare i soliti ragazzacci che si scambiavano qualche dose di contrabbando.

Ma lei ormai non aveva più paura, ciò che aveva scoperto non aveva eguali.

Non sapeva bene cosa fare perciò improvvisò.

Appoggiò la borsa sul terreno ancora umido dalla rugiada del mattino, si sedette a gambe incrociate e ispirò più volte.

Cosa doveva aspettarsi? Un formicolio alle mani? Una sorta di aurea sovrannaturale che la avvolgeva?

Che diavolo sto facendo, sbuffò frustrata.

Possibile che avesse dimenticato completamente tutto? C’era qualche rituale che doveva iniziare, parole magiche da pronunciare?

Abra cadabra? Rise di se stessa, incredula di quanto si sentiva sciocca.

E poi arrivò la rabbia. Quella accecante, quella devastante. Quella che ti fa prendere a calci e pugni qualsiasi cosa, e in quel momento era un albero innocente che probabilmente aveva il doppio dei suoi anni.

Joanna scalciava, schiaffeggiava, le mani le si riempirono di schegge e iniziarono a formarsi delle piccole goccioline di sangue sulle nocche.

E poi all’improvviso accadde.

La natura rispose alle sue suppliche, come una madre che viene in soccorso dei suoi figli.

Piccole radici iniziarono a salire dal prato a bloccarle le mani e si ritrovò di punto in bianco immobilizzata sul posto.

«Non vuole che tu ti faccia del male.», una voce le arrivò alle spalle e Joanna perse un battito.

«Non avevi detto che mi lasciavi qualche giorno di tregua Martin?», Joanna trattenne a stento un sorriso.

Cos’era successo tra loro prima che l’oblio la inghiottisse? Era curiosa di saperlo.

«Ti guardo le spalle, come ho sempre fatto. Ma senza interferire.», Martin la guardò con il solito sorriso disarmante.

«Potresti interferire ora? Avrei bisogno di riprendere possesso delle mie mani.»

«In realtà credevo di rimanere qui a godermi lo spettacolo.», disse Martin sedendosi affianco a lei.

Joanna sbuffò e cercò di tirare le radici per spezzarle.

«La natura non ti è nemica, non devo provare a ferirla.», Martin parlava con una nota di ilarità nella voce «Ah come vorrei che ti tornasse la memoria. Era tutto più semplice quando eri tu ad insegnare ed io ad ascoltare».

Joanna sentiva una rabbia sconcertante montarle dentro, di nuovo. Sapeva perfettamente che Martin non aveva colpe per ciò che le stava capitando, ma era l’unica persona con cui poteva prendersela perciò decise che si meritava di sfogarsi, almeno un po’.

«Senti Martin, non credere che io mi stia divertendo e soprattutto non credere che per me sia tutto così semplice. Sentire tu e Cilly che parlate di una vecchia Joanna come se io nemmeno fossi lì ad ascoltare. Non so se vergognarmi di più per ciò che ero o per ciò che sono ora e soprattutto non so quale sia il mio lato vero è quello falso. Sono esausta, frastornata e arrabbiata. Perciò perdonami se non conosco le regole basi di qualche stupido incantesimo!»

Martin si alzò ad una velocità disarmante, le si avvicinò quasi a toccarle il naso con il suo. Il suo sguardo era furente, come se la rabbia di Joanna fosse confluita in lui.

«Non provare a sminuirti. Non ci provare nemmeno! Mi hai sentita?», scandì bene le parole, una lunga pausa tra una sillaba e l’altra.

«Cosa vorresti dire?»

Martin prese ad accarezzare le radici che le stringevano i polsi e queste iniziarono a ritirarsi in maniera gentile e delicata. Il tocco del ragazzo era decisamente in contrasto con il suo tono adirato.

«Parli di vergogna, di rabbia e di falsità. La Joanna che conosco non merita questo trattamento. Forse un giorno ti ricorderai di tutto ciò che abbiamo passato, di quante pene abbiamo sofferto e di quanto forti siamo diventati insieme. E forse solo allora capirai quanto sei importante per tutti noi… e sì sopratutto per me.», Martin non alzò mai lo sguardo, non ne aveva il coraggio.

Joanna sentì qualcosa di caldo e tenue irradiarsi nel petto, la stessa sensazione che si prova quando all’improvviso ti rendi conto che sta per succedere qualcosa di bello. L’eccitazione che si mescola all’attesa.

Martin si fece più vicino, le prese il viso tra le mani, i calli rugosi dei palmi che le solleticavamo le guance.

La stava per baciare? Avrebbe ricambiato? Il velo spesso della sua memoria sembrava vacillare.

«Ricominciamo.», le disse allontanandosi da lei con un sorriso timido. «come ai bambini quando si insegna a controllare gli elementi.»

«C-cosa devo fare?», chiese Joanna ancora scossa da quel momento intimo inatteso.

«Partiamo dalle basi. Rilassati.»

«Tsè, come fosse facile. Ci provo da giorni.»

«Ma in questi giorni non c’ero io ad aiutarti.», Martin le fece l’occhiolino.

In quel momento Joanna non era sicura di potersi rilassare in sua presenza. Probabilmente avrebbe finito con l’agitarsi ancora di più e non ne avrebbe cavato un ragno dal buco.

Poi all’improvviso un lieve tepore la avvolse e sopra di lei il rumore di una pioggia asciutta la fece sentire stranamente a casa.

La sua mente iniziò a distendersi e chiuse gli occhi.

Solo dopo diversi minuti si rese conto che i suoi piedi non toccavano più il prato e che una forza fuori controllo l’aveva spinta verso quelle goccioline affascinanti.

«Brava Jo, a vederti sembrerebbe quasi che lo facessi da centinaia di anni.», di nuovo quel sorriso sghembo.

Joanna perse la concentrazione e cadde a terra con un tonfo sordo, il sedere che bruciava per la botta e l’orgoglio ancora più ferito.

«Concentrazione è la seconda regola.», le disse Martin ancora ridacchiando.

Quel pomeriggio passò in un lampo.

Martin le mostrò come usare gli elementi per rilassare mente e corpo e le spiegò anche qualche trucchetto ingegnoso per risparmiare fatica e tempo e godere a pieno dei suoi poteri.

Quando il sole oramai era calato da un pezzo, Joanna esausta chiese di tornare al dormitorio, aveva l’estrema necessità di una doccia.

«Ti va di mangiare qualcosa insieme?», chiese Martin sulla strada del ritorno.

«Solo se ti va di mangiare una pizza, io ora ne ho assoluto bisogno.», non sapeva come o perché, ma ora Joanna era estremamente di buonumore.

«Su questo non sei cambiata.», rise di gusto.

«Ti andrebbe di raccontarmi un altro pezzo di storia? Della mia storia intendo.»

«Non stasera, questa sera ho bisogno di spiegarti perché abbiamo urgenza che tu torni in te stessa. So che avevo promesso di lasciarti qualche giorno di tregua ma il tempo passa e stiamo perdendo troppi di noi.»

«Cosa vorresti dire?», Joanna si allarmò immediatamente.

«Joanna c’è un motivo se Cilly insisteva tanto nel volerti far ricordare a tutti i costi.», Martin cercò le parole giuste. «La Congrega sta dando la caccia a tutti quelli che ti conoscono. Tutti quelli che potrebbero essere come te, come noi.»

«Vuoi dire tutti quelli che hanno scelto di infrangere la regola? Tutti quelli che nonostante l’immortalità scelgono di governare tutti e quattro gli elementi?», il cuore di Joanna perse un battito.

Quanti potevano essere? Quante persone avevano scelto di infrangere quel voto come lei o per lei?

«Esatto. Vogliono scovarci uno a uno e…»

«Vogliono esiliarci tutti? Cancellarci la memoria per sempre?».

Quanti ragazzi aveva portato dalla sua parte per tutti quegli anni? E quanti si erano lasciati trascinare da lei?

Sapeva perfettamente che non tutti avevano scelto di loro iniziativa ma si erano fatti trascinare dal suo carisma.

Altro senso di colpa che si aggiungeva, altra vergogna che si sommava.

E poi arrivò l’ennesimo colpo di grazia…

«No Jo. Non ci vogliono esiliare. Ci vogliono uccidere.»

Un ricordo indelebile si formò dietro il velo scuro. Un anziano con la coda bassa dietro la nuca e uno strano vestito senza epoca dall’aria consumata.

“Non c’è peggior tradimento del tuo. Non c’è pena abbastanza grave per il tuo danno. Il tuo destino è segnato Joanna Maria. E anche quello di tutti coloro che hanno deciso di seguirti.”

La minaccia che aleggiava ancora sopra di lei, come una spada pronta a trafiggerle il cuore.

Perché Joanna sapeva che il motivo più grande per cui in tutti quegli anni aveva deciso di lottare non era per il potere o per la gloria, ma per l’amore.

L’amore per la magia, per la vita, perché voleva tenere vicino a se tutte le persone che amava, per sempre.

«Tra tre lune vero?», chiese a Martin «tra tre lune verrano a prendermi, loro sanno dove sono.»

«Ora ricordi?», le chiese il ragazzo stupito ed emozionato.

«Non tutto, ma abbastanza per ricordarmi per cosa vale la pena lottare.», Joanna strinse i denti e si incamminò di nuovo verso la radura.

«Dove stai andando?», le chiese Martin allarmato.

«Da Cilly, non abbiamo tempo da perdere. E se ben ricordo, so esattamente dove trovarla.»

E il vento rispose al suo richiamo come un fedele amico, la sollevò nel cielo fino a sopra le nuvole cariche di pioggia.

Conosceva la strada, il suo cuore sapeva dove andare.

Il vento tra i capelli, la presenza di Martin a darle calore.

Nonostante la paura, il terrore e l’incertezza era finalmente tornata a casa.

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