Un castello nel vento #5

L’energia che aveva scatenato il suo istinto si stava piano piano esaurendo. L’adrenalina, la paura, il coraggio e le palpitazioni stavano a poco a poco lasciando spazio ai soliti dubbi e al solito terrore.

E se Cilly e Martin non avessero accettato di seguirla? E se i pochi ricordi che in un baleno erano tornati fossero insufficienti? O peggio, se per qualche motivo li perdesse di nuovo?

Odiava vivere nella costante angoscia di inseguire qualcosa e non riuscire a prendere quel qualcosa, anche se ancora non aveva capito di cosa si trattava.

Come quando sogni di cadere e ti svegli all’improvviso. Ti rimane addosso la paura provata ma non ricordi perché o da dove stavi cadendo.

Joanna provava quella sensazione almeno dieci volte al giorno.

E allora smetterò di cadere, imparerò a volare… di nuovo.

Quel pensiero le attraversò la mente e le diede un po’ di conforto.

Volava nel vento da ormai più di un’ora. Spostarsi da una parte all’altra della città a cavallo del vento aveva i suoi pregi, ma Martin le faceva continuamente cambiare rotta per evitare di essere visti.

«Sappiamo volare ma non essere invisibili Jo. Pensa a quanto eri sconvolta qualche giorno fa nel vedere Cilly fluttuare nel cielo. Se ci vedessero potremmo comportare non poco scompiglio.», le disse il ragazzo con il solito sorriso irriverente.

Joanna dilatò le narici innervosita dall’ennesimo rimprovero. Sapeva che Martin voleva solo aiutarla, ma essere continuamente ripresa o corretta per qualcosa che diceva o faceva iniziava a darle sui nervi.

«Manca poco, vero?», Joanna sentiva avvicinarsi un luogo conosciuto, o almeno così sperava.

«Iniziamo a scendere.», confermò Tin.

Atterrarono poco lontano da una serie di piccoli edifici decadenti, trascurati.

Sembra stiano piangendo, pensò Joanna.

«Non sono sempre stati così.», quasi che Martin le avesse letto la mente. «Sono anni che non ci viene più nessuno. Solo Cilly passa di tanto in tanto, ma da sola non può restaurare un intero quartiere.».

«Non ci abita nessuno? È una zona molto ampia.»

«Questa era una delle poche zone di Londra totalmente abitata da gente come noi. È sempre stato un mistero per me. Siamo per natura creature molto schive e riservate, poco inclini alle aggregazioni. Basti pensare alle ripercussioni e alle violenze subite negli anni, chi sarebbe così pazzo da mettersi in mostra formando persino un paesino?», Martin sembrava di colpo tornato un insegnante, doveva amare davvero il suo lavoro.

«È come se in un raggio di venti chilometri una sorta di protezione invisibile facesse sembrare questo quartiere uno come tanti. Quando ci si addentra o si mette piede in una di queste case però si comprende perfettamente tutta la magia che circola nell’aria. Pensa che circa duecento anni fa, non molto tempo fa quindi, per mesi non ha mai piovuto perché i cittadini decisero di far splendere il sole per far crescere un nuovo tipo di coltura. Questo posto veniva chiamato “la valle del sole” all’epoca.»

«Ora sembra la valle della desolazione.», commentò Joanna ad alta voce.

«Ha subito così tanti cambiamenti. Sono sicuro che queste case vedranno ancora giorni felici un giorno.»

«Magari potremo portarli noi i giorni felici. Ho come l’impressione che tutto ciò che è successo a me sia collegato. È possibile? Le persone se ne sono andate dopo tutto il caos che ho portato anni fa?»

Martin si arrestò di colpo e la guardò con la mascella tesa, un ciuffo di capelli ribelli gli oscurava parzialmente lo sguardo.

«Hai ragione. La sorte di queste case è strettamente legata al giorno in cui hai deciso di dimenticare tutto, ma non è una tua responsabilità. Non l’hai voluto tu.», la sua voce si fece un po’ più morbida. «C’è una cosa sola che non sono mai riuscito a sopportare di te Joanna, il tuo addossarti le colpe del mondo. Sono stanco di vederti soffrire. Prendiamo questa opportunità per ricominciare davvero. Riprendiamo da dove eravamo rimasti ma impariamo dai nostri errori.»

Martin si era fatto sempre più vicino, il battito del cuore di Joanna rispondeva ai movimenti del ragazzo.

«So che non ricordi e capisco quanto possa essere difficile per te, ma lo è ancor di più per me.», le disse avvolgendole una guancia con la sua mano grande e forte.

Martin sapeva di cuoio, di libri antichi e di cenere, un miscuglio di odori che suscitavano in Joanna emozioni così forti da farle mancare il fiato. Il suo tocco, quello lo conosceva, anche se non lo ricordava.

«Ti starò vicino sempre, dovunque. Purché tu…»

«Purché tu prometta di lasciarmelo fare come amico o come altro.», Joanna aveva terminato la frase senza nemmeno accorgersi.

Martin la guardava stupefatto con il cuore e gli occhi pieni di speranza.

«Me lo dicesti la prima volta che provasti a baciarmi, circa duecento anni fa. Vero?»

Per dei secondi interminabili Martin non disse nulla. A occhi chiusi, senza staccare le mani dal suo viso, respirava a fondo il suo profumo.

Dopo attimi che sembrarono eterni appoggiò la fronte con quella di Joanna ed espirò esausto.

«Torneremo ad essere l’uno per l’altra ciò che eravamo. Ritroveremo la nostra strada e ostacolo dopo ostacolo non faremo che diventare più forti.»

E Joanna sapeva che nel profondo Martin ci credeva. Sentiva orgoglio, dedizione e speranza nella sua voce.

Ma qualcosa la faceva dubitare di tutte quelle aspettative. C’era un’ombra oscura che aleggiava sopra le loro teste e anche se dentro di lei sapeva che avrebbero potuto affrontare tutto a testa alta, non era altrettanto certa di poter tornare ad essere due metà della stessa mela.

Forse quell’ostacolo era troppo grande da sormontare, forse l’amnesia di Joanna non l’avrebbe mai fatta tornare la stessa di prima, forse come si può imparare ad amare lo si può anche dimenticare.

«Io… Martin è troppo da elaborare. Perdonami.»

Fu come una doccia gelata. Il ragazzo perse ogni luccichio negli occhi, strinse i pugni allontanandosi piano da lei e chiudendo gli occhi esausto e stremato.

Joanna avrebbe voluto consolarlo o tranquillizzarlo, ma l’unica azione di cui fu capace fu entrare nel vecchio negozio di antiquariato, quello che le sembrava tanto sorprendente quanto familiare.

Stava scappando, di nuovo. Ma non vedeva altra alternativa.

«Quel povero ragazzo ci rimarrà secco una volta o l’altra.», disse una voce da sopra le scale.

«Cilly?»

«Tu non hai idea, no certo non puoi ricordartelo, di quante volte ha dovuto lottare contro se stesso e la propria timidezza per mostrarti i suoi sentimenti. Fortuna che non si è ancora arreso.», Cilly scese le scale sogghignando.

Il senso di colpa di Joanna era così pieno e doloroso che quasi si accartocciò su se stessa.

«Ti sto prendendo in giro Jo.», cerco di rincuorarla l’amica. «Ne avete passate così tante che questo non può che essere solo l’ennesima sfida per voi. Quando te lo ricorderai sarà tutto più facile.»

Perché sembravano tutti così sicuri? Dove trovavano tutta quella fiducia in lei e nei suoi ricordi? E se non fossero più tornati?

«Direi che è il momento di mettersi all’opera.», Martin entrò in scena senza battere ciglio. Come se fino a un secondo prima le due ragazze avessero parlato dell’acqua per il tè.

«Giusto!», Cilly batté le mani entusiasta. «Da dove iniziamo?»

«Dalle basi.», Martin rispose con ovvietà. «Joanna siediti su quello sgabello, ma non metterti troppo comoda, ho bisogno che tu mi segua e che assorba quante più informazioni possibili. È giunto il momento di ascoltare il resto della tua storia.»

Tetbury, Regno Unito, 27 dicembre 1992

Dopo giorni di semi coscienza Cilly era tornata a mangiare qualcosa di solito e a parlare senza avere il fiatone.

Le costole incrinate le mandavano scariche lancinanti al fianco destro e l’orecchio distrutto le faceva perdere l’equilibrio ad ogni passo, camminare sembrava veramente una missione impossibile.

«Come ti senti oggi?», l’anziana nonna l’accudiva come quando faceva mentre era bambina. Non aveva lasciato il suo capezzale per più di dieci minuti in tutti quei giorni.

«Meglio nonna grazie. Notizie di Joanna?»

«Nulla purtroppo, ma vedrai che Martin la ritroverà», il suo tono di voce però non era molto convinto.

«Senza lei che ci guida, non so da dove cominciare. Avevamo un piano B nel caso qualcosa andasse storno ma non avremmo mai potuto prevedere che…», la voce le si ruppe per il dolore.

«Celine tesoro… non vado fiera delle scelte che ho fatto nella vita, rimpiangerò per sempre di essermi piegata al volere di pochi per una manciata di promesse mai mantenute. Ho scelto di governare un solo elemento perché mi era stato insegnato che era la cosa giusta. L’ho fatto perché “così andava fatto”, ma se tornassi indietro, se avessi conosciuto io una Joanna quando ancora potevo scegliere, non avrei mai preso quella strada.», disse solenne. «Quella ragazza ha cercato di creare ciò di cui tutti abbiamo bisogno: la libertà.»

«E allora dov’è? Perché non si fa viva? Perché non ci aiuta a proteggere quei ragazzi che scappano persino da se stessi? Ho bisogno di lei!»

«Qualsiasi cosa sia successa Joanna avrà una spiegazione. Ora però non puoi abbandonare quei ragazzi, non anche tu. Aiutali, so che puoi farcela.»

Cilly sapeva che la nonna aveva ragione. Lei doveva aiutare quei ragazzi in fuga e doveva tenerli al sicuro, proteggerli. E l’unico modo che conosceva era quel fatidico piano B a cui nessuno aveva il coraggio di pensare.

«Devo partire nonna. E non so quando tornerò.»

«Non ti chiederò nulla. Solo, torna sana e salva ok? L’ultima volta ho faticato a rimetterti in sesto.», il sorriso fugace della nonna nascondeva molta apprensione.

Cilly era una ragazza forte e determinata ma anche impulsiva. Sembrava che i guai le corressero dietro come ombre, pronti a fondersi con lei alla prima occasione.

«È permesso?»

«Martin figliolo! Come stai? Vedo che le ferite stanno guarendo.», la nonna lo trattava da sempre come un figlio.

«Grazie ai suoi unguenti sto tornando come nuovo. E la nostra paziente più grave qui?», disse stampando un bacio in fronte a Cilly. «Stai ancora fingendo di star male per farti portare la colazione a letto?», sogghignò.

«Stavo giusto dicendo alla nonna che ho bisogno di partire.», uno sguardo lungo una vita rivolto verso l’amico. Uno sguardo che in se racchiudeva mille parole.

«Tra una settimana. Quando ti sarai completamente ristabilita.», disse Martin tornato di colpo molto serio.

E così fu. Dopo 7 giorni Cilly era pronta per partire. Un po’ dolorante forse, ma la sua testardaggine vinceva anche su qualche costola rotta.

«Ci atteniamo al piano originale?», chiese a Martin mentre riempiva lo zaino di quante più cose possibili. Nessuno sapeva quanto sarebbe durato quel viaggio.

«Joanna lo aveva studiato per bene. Mi fido di lei, anche ora che non c’è.»

Cilly evitò di chiedergli per l’ennesima volta progressi sulle ricerche dell’amica. Ad ogni domanda sull’argomento Martin perdeva un briciolo di speranza e di sé stesso.

«Bene, allora iniziamo a lasciare qualche traccia del nostro passaggio.»

Con fare esperto Cilly chiamò a sé il suo elemento preferito, il fuoco.

Ispirò a fondo quel potere che nei giorni precedenti, a causa delle ferite che aveva subito, aveva dovuto domare. Ora scorreva nelle sue vene donandole vita, donandole pace.

Con maestria bruciò completamente un intero parco di alberi, stando ben attenta a tralasciarne qualcuno completamente illeso.

Chiunque della Congrega sarebbe stato abbastanza furbo da capire che era opera della magia.

Il fuoco naturale non danneggia alberi interi per lasciarne qualcuno intatto nel mezzo. E lei voleva proprio questo, far capire alla Congrega che qualcuno si stava muovendo, disorientando completamente le loro tracce mentre lei e Martin erano impegnati a cercare Joanna e il resto del gruppo.

Martin con fare esperto fece crescere della splendida edera attorno all’opera di Cilly risaltando ancora di più lo straordinario potere della magia e di chi la sa domare.

«Fatto. Possiamo proseguire.», disse Cilly annuendo decisa.

Ora c’era un’ultima cosa da sapere.

Una domanda terribile aleggiava nell’aria da giorni, una domanda che Cilly non voleva porre. La risposta faceva troppa paura.

«Martin…», tentò la ragazza con le lacrime che spingevano per bagnarle le guance.

«Due.»

«C-cosa?», possibile che le avesse letto nella mente?

«Oltre a Joanna sono sopravvissuti altri due del gruppo. Francis e Davis, da giorni provo a rintracciarli ma senza cavarne un ragno dal buco.»

Cilly, Martin, Joanna, Francis e Davis. Cinque su quindici. Troppe perdite, troppe vite spezzate

«E sei sicuro che… che siano tutti vivi?», chiese incerta Cilly.

«Ne sono certo. Solo non riesco a trovarli.», Martin sembrò di colpo invecchiato di un decennio. «Ma Joanna… l’ho trovata.».

Bum. Un fulmine a ciel sereno. Una doccia ghiacciata che blocca il respiro.

«Ma allora dobbiamo andare a prenderla! Dobbiamo aiutarla e farci aiutare.»

«Ci ho provato. Ma mi è sfuggita come vento tra le mani.», ecco perché il ragazzo sembrava sempre sull’orlo delle lacrime. «Non ricorda più nemmeno il mio nome. Ha scordato tutto.»

«Cosa? Vuoi dire… che l’hanno esiliata? Come ci sono riusciti?»

«No Cilly, è qualcosa di peggio.», Marti dovette sedersi a terra sull’erba bagnata. «Ha deciso lei di dimenticarsi di noi.»

Cilly barcollò all’indietro come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco. Non voleva credere a ciò che aveva sentito. Non poteva essere vero.

«Quindi è finita?», chiese dopo aver ripreso fiato.

«Assolutamente no. Dobbiamo solo studiare per lei un piano C. In fondo abbiamo sempre saputo che Joanna è diversa da tutti no? Sarà solo un’altra sfida.», Martin si rialzò cercando suo malgrado di sorridere.

«Ce la faremo Celine. Abbiamo solo bisogno di tempo.»

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